
Alla fine, sarà Kevin Warsh il nuovo Presidente Fed. Certo, manca ancora l’approvazione del Senato. E il Senatore repubblicano Thom Tillis ha dichiarato che si opporrà alla conferma di qualsiasi nominato del presidente Trump alla Fed, compresa la carica di presidente della banca centrale, finché la questione legale legata all’indagine su Powell non sarà conclusa. Per cui c’è ancora qualche intoppo da superare. Però, tra i candidati che recentemente hanno goduto del favore dei pronostici (Hassett, Warsh, Rieder) Kevin era considerato il meno discutibile, in virtù della sua precedente esperienza come membro Fed (2006 – 2011), mentre Rieder non ci è mai stato e Hassett aveva solamente lavorato nello staff come economista negli anni ’90. Un’opposizione seria da un Senato a maggioranza repubblicana mi pare improbabile.
Warsh oltretutto era considerato un falco, essendo stato, durante il suo mandato, critico di stance troppo espansive. Ne consegue che, degli ultimi nomi papabili, sembra la scelta più conservativa.
Peraltro, i suoi detrattori (Krugman in testa) sostengono che lui è semplicemente politicizzato, hawkish quando c’erano i democratici al Governo, mentre dal 2024 non fa altro che spingere le ragioni di tassi più bassi. E comunque Trump, prima di nominarlo si sarà fatto dare le relative assicurazioni: guardare a cosa diceva Warsh 15 anni fa mi appare assai velleitario.
Certo, il Presidente Fed dispone di solo un voto nel Committee. Storicamente ha sempre avuto un peso nel governare l’opinione del FOMC, ma in caso di politiche estremamente controverse, è sempre possibile che gli altri membri del Committee lo mettano in minoranza, impedendogli di eseguire i desiderata di Trump.
In teoria. In pratica se i membri Fed mettono in minoranza il Presidente e i suoi spalleggiatori (Miran o il suo successore, Waller, Bowman nel caso), si assumono una bella responsabilità di fronte al paese, e restano esposti agli strali della Casa Bianca sotto forma di inchieste, pressioni, etc etc. Per cui non credo che la nomina di Warsh cambi un granchè rispetto a se fosse stato nominato Rieder. il peggior candidato, Hassett, era già stato bocciato dallo stesso Trump.
Tornando a ieri sera, l’S&P 500, dopo essere stato in calo del 1.5% abbondante, alla fine ha chiuso a -0.13%, mettendo a segno un robusto recupero. Il Nasdaq 100 è rimasto un po’ più attardato, con un -0.53%, ma comunque il recupero è stato bello forte anche li, visto che cedeva più di 2 punti. Le Small Cap del Russell 2.000 hanno addirittura chiuso positive (+0.05%), cosi come l’S&P 500 equal weight (+0.13%) a dimostrazione che la debolezza è stata concentrata nei settori più surriscaldati e a maggior leva come i materials e certe parti del tech.
Anche i preziosi hanno recuperato il grosso delle perdite, chiudendo rispettivamente l’oro a -0.8% dopo aver ceduto più di 5 punti nel durante, e l’argento a -0.86% dopo aver ceduto oltre l’8%. Una resilienza che si dimostrerà effimera.
Dopo la chiusura, Apple ha riportato bene, ma il mercato non la ha premiata più di tanto.
In serata, l’annuncio da parte di Trump che oggi avrebbe anominato il suo prescelto per la Fed, corredato dall’indiscrezione di Bloomberg che sarebbe stato Warsh, ha dato una scossa all’ambiente, proprio perchè Warsh è generalmente visto come il candidato più hawkish del gruppetto dei papabili. Così i rendimenti sono saliti un po’, il Dollaro ha recuperato un po’, e i futures USA si sono appesantiti. Ma la vera botta l’hanno presa gli asset ormai in posizione più fragile, e storicamente sensibili alle condizioni finanziarie (anche se non recentemente). L’oro e l’argento hanno accusato, restituendo nelle prime ore della seduta asiatica il grosso del loro recupero.
Su queste basi, il tono della seduta asiatica è stato opaco. Il China Complex è stato un disastro, con Hong Kong e le “H” shares che hanno ceduto il 2% abbondante e le “A” shares che hanno ceduto un punto. D’altronde il settore materials cinese è crollato dietro ai metalli, e comunque leva ce n’era nell’azionario cinese, vulnerabile a un piccolo var shock. E poi storicamente, l’economia cinese è considerata sensibile alla politica monetaria Fed, anche se è chiaro che qui è un pretesto, perche quella che abbiamo avuto oggi non è certo una svolta nella stance.
In robusto calo anche Taiwan, e perdite moderate anche per Mumbai e Sydney, mentre Tokyo e Seul hanno chiuso più o meno in pari, e Vietnam e Jakarta sono salite, la seconda dopo un crash di quasi il 9% in 2 sedute.
il Nikkei avrà eventualmente ottenuto supporto dal CPI di Tokyo, antipasto del CPI nazionale di gennaio, che è uscito in calo ben superiore alle attese, cosa che leva un po’ di pressione alla Bank of Japan. Infatti lo Yen è tornato a calare oggi cosa che ha attutito l’effetto delle pressioni rivenienti dal sentiment internazionale.

Per contro, i consumi a dicembre sono stati scarsi. La produzione industriale è calata meno delle attese.
La borsa europea è partita, invece, con un tono costruttivo. Intanto, il ridimensionamento delle attese di easing prodotto dalla nomina di Warsh ha imposto uno stop all’€, attenuando le crescenti preoccupazioni che la sua ascesa potesse porre un freno all’economia europea. E, in secondo luogo, la stessa economia europea ha battuto un colpo, con le prime stime dei GDP delle principali economie EU uscite in mattinata tutte brillanti e sopra attese, tranne la Francia, che comunque cresce.

Particolarmente brillanti la Germania, tornata a mostrare un +0.8% anno su anno, e anche l’Italia.
Così le piazze europee hanno preso la via del rialzo, ed accumulato discreti progressi, mentre l’€ arretrava, e i rendimenti rimbalzavano. Anche i future su Wall Street, che avevano accusato la volatilità dei preziosi e dei materials, hanno recuperato.
Oggi negli USA era prevista la pubblicazione del PPI di dicembre, e anche questo report non ha aiutato la causa di una Fed dovish, uscendo ben sopra attese.

Wall Street ha aperto in moderato calo, con ancora materials e tech a zavorrare gli indici, appesantiti dal comportamento dei metalli e dal deleverage legato a Fed e volatilità sulle commodity.
Dopodichè i metalli preziosi hanno davvero cominciato a fare i pazzi, precipitando da metà del pomeriggio europeo in poi fino ad accumulare perdite superiori al 10% per l’oro e del 30% per l’argento (!!!). Questo chiaramente ha accelerato il deleverage sulle commodity e sui settori goldminers, materials tech etc e così il passivo di Wall Street è aumentato fino a superare l’1%.
Bisogna dire che le piazze europee sono rimaste abbastanza avulse dal marasma, anche perchè certi livelli paurosi di volatilità sono stati visti solo dopo la loro chiusura. Le principali piazze chiudono con progressi distribuito attorno al punto percentuale (Parigi un po’ sotto, Madrid discretamente sopra). I rendimenti hanno mantenuto la tendenza a salire, mentre l’€ corregge significativamente.
Anche Wall Street, dal momento in cui i preziosi hanno accennato ad un rimbalzo, ha recuperato, e cede moderatamente, anche se a sostenerla sono i difensivi, e il Nasdaq e il Russell 2.000 sottoperformano. In generale sembra un segnale di resilienza.
Che dire dei preziosi?
Ribadisco la regola 4 di Farrell citata a loro proposito lunedi scorso : “Exponential rapidly rising or falling markets usually go further than you think, but they do not correct by going sideways”. Come osservato mercoledì , il tutto aveva preso i contorni di una mania e il trend era assolutamente insostenibile.
Prospetticamente, credo che la price action di oggi costituisca con buona probabilità un top per l’argento, mentre sull’oro sono meno convinto. I fondamentali restano robusti e credo che il trend possa ritrovarsi, col tempo. Ma nel breve prevedo un bel consolidamento. Per quanto riguarda i goldminers, a meno di ulteriori robusti crolli dell’oro, sui livelli attuali a mio parere non scontano ancora interamente l’incremento di utili che vedremo nei prossimi trimestri, e quindi anche qui secondo me il rally non è finito. Ma, come per l’oro, credo che sia necessario un robusto consolidamento prima di considerare di rientrare sul settore.

