Il labour market report USA di luglio delude, calano tassi e dollaro, tiene l’equity.

Seconda seduta di consolidamento a Wall Street ieri sera (giovedì), con l’S&P 500 in calo dello 0,18%, il Nasdaq 100 a -0,39%, le small cap del Russell 2000 a -0,58% e le mega cap tecnologiche in lieve controtendenza, a +0,24%. Si è trattato quindi di un consolidamento ancora moderato, favorito anche da notizie poco incoraggianti dal Medio Oriente, con il testo dell’accordo tra Oman e Iran sullo Stretto che esclude dal passaggio gli USA e prevede l’applicazione di tariffe comprese tra il 3% e il 5%. Considerando che una delle condizioni irrinunciabili per gli Stati Uniti era la completa apertura dello Stretto, sembra improbabile che questo tipo di accordo possa soddisfare Trump. L’interessato, tuttavia, non si è fatto sentire, limitandosi a dichiarare che la situazione “procedeva bene”. Vedremo.

Fatto sta che il petrolio è salito di oltre il 5% e si è portato dietro anche i tassi, con il rendimento del Treasury decennale USA in rialzo di 8 punti base. Alla luce di questi movimenti, direi che la reazione dell’azionario è stata, tutto sommato, compassata.

Consolidamento moderato anche per la seduta asiatica di stanotte, con Tokyo, Taiwan, Seul, Mumbai e Sydney in calo tra il marginale e il moderato. Per contro, l’intero China Complex ha registrato progressi discreti, insieme a Vietnam e Indonesia.

In Cina il canale estero continua a essere la componente dell’economia più in forma. La bilancia commerciale di luglio è risultata meno debole delle attese grazie a esportazioni superiori alle previsioni, nonostante un effetto base sfavorevole rispetto a un anno fa e condizioni climatiche avverse, per quello che possono aver inciso.

È interessante osservare come le esportazioni verso gli USA, diminuite dopo il Liberation Day, stiano recuperando con costanza, mentre quelle verso tutte le altre destinazioni continuano a crescere, soprattutto verso l’Asia e i mercati emergenti. Sicuramente il recente incremento è stato trainato dall’elettronica, le cui esportazioni hanno registrato una forte accelerazione. Impressionante anche l’export di automobili.
(Grafici di Goldman Sachs)

La seduta europea è iniziata nuovamente con un tono costruttivo, con gli indici intenti ad accumulare progressivamente guadagni nel corso della mattinata. Prudenza invece sul fronte obbligazionario, in vista dei payrolls USA e del fine settimana, con la possibilità di sviluppi in Medio Oriente a mercati chiusi. Sul fronte macroeconomico abbiamo visto dati soltanto dalla Germania.

La bilancia commerciale tedesca di giugno è positiva: esportazioni leggermente superiori alle attese, ma importazioni particolarmente vivaci, che hanno ridotto il surplus commerciale. Se questo potrà pesare leggermente sul GDP, rappresenta comunque un segnale indiretto di una domanda interna piuttosto solida. Meno brillante, invece, la produzione industriale, che delude leggermente.
La mattinata è comunque trascorsa in un clima d’attesa per il labour market report USA di luglio, in pubblicazione alle 14:30 italiane.
Il report in questione è risultato assai deludente.

A luglio l’economia statunitense ha distrutto posti di lavoro e la revisione dei due mesi precedenti modifica sensibilmente il quadro, facendo precipitare la media trimestrale a 20.000 unità al mese dalle precedenti 111.000: un altro mondo. Va detto che a determinare il dato negativo sono stati soprattutto i dipendenti pubblici, mentre nel settore privato si è registrato comunque un incremento, seppur modesto, di circa 30.000 occupati.

Per lo meno, i salari orari hanno rallentato sensibilmente la loro crescita. Le ore lavorate sono rimaste sostanzialmente in linea con giugno. Il tasso di disoccupazione è diminuito, ma per le ragioni sbagliate: la forza lavoro si è ridotta di 266.000 unità, a fronte di un calo di 87.000 occupati rilevato dalla household survey. Ne consegue una diminuzione di circa 179.000 disoccupati. Il grafico è impietoso: la creazione di posti di lavoro, che appena due mesi fa sembrava aver superato i 100.000 nuovi occupati mensili, è ora tornata, anche per effetto delle revisioni, a un vero e proprio balbettio.

Entrando nel dettaglio, scopriamo che gli occupati sono diminuiti di 40.000 unità nel settore leisure & hospitality, presumibilmente per effetto della conclusione dei Campionati Mondiali di calcio, mentre il calo di 53.000 unità nel settore pubblico è quasi interamente spiegato dalla diminuzione di 50.000 addetti nell’istruzione, legata alla chiusura delle scuole e non efficacemente corretta dai fattori stagionali.

Personalmente osservo che, come mostra il grafico, anche nelle estati del 2024 e del 2025 abbiamo assistito a una marcata debolezza dei payrolls. Questo mi fa pensare a una distorsione statistica, forse riconducibile all’impatto degli anni del Covid sui modelli di destagionalizzazione, ma è soltanto un’ipotesi. L’anno scorso un effetto simile contribuì a spingere Powell verso il taglio dei tassi.

Più in generale, noto che i jobless claims, il Challenger Job Cuts e altri indicatori non sono coerenti con un mercato del lavoro così debole, anche se un certo rallentamento emergeva dalla media mobile a quattro settimane della serie ADP. Ho quindi l’impressione che questo report sottostimi, almeno in parte, la resilienza del mercato del lavoro statunitense. Vedremo cosa diranno i dati dei prossimi mesi.

L’impatto del report sui mercati è stato evidente, soprattutto sui rendimenti obbligazionari, che hanno iniziato a scendere. Anche le attese di politica monetaria si sono adeguate e ora prezzano integralmente un rialzo dei Fed Funds entro dicembre, ma non di più. Il dollaro si è ulteriormente indebolito.

L’azionario, invece, non si è lasciato spaventare. Wall Street ha aperto in territorio positivo e ha progressivamente ampliato i guadagni, trainata da Materials, Consumer Discretionary, Utilities, Information Technology e Real Estate, un mix di settori ciclici e rate sensitive.

Le piazze europee hanno fatto i massimi nel primo pomeriggio, e poi hanno preso a ritracciare i progressi, messe sotto pressione, a mio modo di vedere, dal silenzio della Casa Bianca sulle notizie da Hormuz, che non sembra molto rassicurante, con l’incombere del week end. Questo ha avuto i suoi effetti anche sull’oil. Le chiusure degli indici azionari sono positive ma i progressi meno della metà di quelli mostrati nel primo pomeriggio. I rendimenti calano marginalmente e comunque meno che negli USA.
Se il petrolio è salito leggermente in attesa di capire gli sviluppi delle prossime ore, i metalli preziosi hanno vissuto un’altra giornata molto positiva, con l’oro arrivato a ridosso della resistenza in area 4.750 dollari.

Molto interessante anche il movimento dell’indice dei produttori auriferi, il NYSE Arca Gold BUGS Index, che oggi sta testando dal basso la media mobile a 200 giorni, in anticipo rispetto al metallo. Potremmo assistere a una fase di consolidamento sotto queste resistenze. La rapidità con cui verranno eventualmente superate ci dirà molto sulla forza della ripresa del trend rialzista.